Google e i motori di ricerca non ci rendono razzisti

I motori di ricerca non ci rendono razzisti

È di due giorni fa l’articolo di Beppe Grillo “I motori di ricerca ci rendono razzisti?”, un articolo ingenuo (e anche un po’ pretestuoso?!) che necessita di una riflessione che, seppur a rischio di trascendere in opinione politica, possa chiarire un po’ di questioni oggettive.

L’affermazione che lascia intendere Google e i motori di ricerca come una bibliotecha con informazioni accurate, è alquanto pericolosa e sdogana l’idea che le fake news non esistano. In realtà tutto ciò piace solo ed esclusivamente a chi è alla ricerca di click che portano un ritorno economico oppure denota una scarsissima conoscenza del mezzo. Internet non è un porto sicuro, non è sicuro affatto.

Nello specifico caso dell’articolo, Grillo mette in discussione l’idea che i motori di ricerca pecchino di impari opportunità e, dice, sono discriminatori.

Bisogna chiarire innanzitutto che Google non ha un sistema di associazione scelto in base all’oggettività o in base a scelte personali/politiche degli AD. Google assegna come risultati agli utenti ciò che viene considerato rilevante dalla massa, intendendo la maggior parte degli utenti. Non è che è colpa del motore di ricerca se i risultati della digitazione di “donne asiatiche” o “donne nere” riportano contenuti squallidi e dequalificanti. Per dirla in parole semplice, Google da agli utenti quello che la maggior parte vogliono. Se la maggior parte degli utenti che hanno ricercato queste due parole chiave, alla fine hanno cliccato su contenuti di dubbio gusto (leggasi siti porno) è chiaro che l’automatismo di Google, alla prossima ricerca, porterà come primi risultati gli stessi contenuti che ora fanno gridare al razzismo.

Ma l’utente medio non lo sa e, con questo articolo, Grillo rafforza la convinzione che Google sia la Bibbia.

Google non è razzista, è semplicemente lo specchio dell’attuale (in)civiltà di chi lo utilizza, senza conoscerne il potere e le potenzialità.